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Amare
è diventato così soggettivo
che, nel tempo,
abbiamo perso persino
i concetti più semplici dell’amore.
È soggettivo,
come la bellezza.
A me può piacere
una persona che mi stringe,
che mi accarezza,
che mi bacia,
che mi dà fiducia e rispetto,
che non ha paura di mostrarmi affetto
anche davanti agli altri,
degli sguardi indiscreti,
dei giudizi
e delle parole della gente.
A qualcun altro, forse,
può piacere sentirsi dire:
“Sei una stronza.”
“Ma io cosa ci ho visto in te?”
E forse per qualcuno
anche quello è amore.
Ma nell’amore
non dovremmo essere opposti
nei suoi principi fondamentali.
Perché se io tanto do,
tanto merito di ricevere.
E questo non significa
che dobbiamo amare allo stesso modo.
Si può parlare.
Si può ascoltare.
Si può spiegare:
“Questo è il mio modo di amare.”
E poi cercarsi a metà strada,
costruire compromessi,
imparare l’uno dall’altra.
Ma oggi sembra quasi
che a questo non si arrivi più.
Cambiare per qualcuno,
migliorarsi per la persona che abbiamo accanto,
non viene più visto come amore.
Viene visto come debolezza.
Come un tempo
era debole chi non reagiva con i pugni
a chi lo colpiva.
E più guardo
le persone che non sanno amare,
più mi convinco
che forse non è il mondo
a essere povero d’amore.
Forse sono loro
a essere vuoti dentro.
Perché amare
non significa accettare tutto.
Non significa tradire i propri principi
per paura di perdere qualcuno.
A volte amare significa anche dire:
“Questo io non posso accettarlo.”
E chiudere una porta.
Andare avanti.
Senza odio.
Senza vendetta.
Senza trasformare l’amore
in una guerra.
Perché amare
è scegliersi ogni giorno.
Eppure anche questo concetto
sembra essersi perso.
Viviamo in una società
che ci insegna
che possiamo sostituire qualcuno in qualsiasi momento,
come se dietro l’angolo
ci fosse sempre un’altra persona
pronta a prendere il suo posto.
Come figurine di calcio.
Una finisce,
un’altra arriva.
Ma una persona
non è una figurina.
Quando ci si sceglie davvero,
non si pensa continuamente
a chi potrebbe esserci dopo.
Si resta.
Si parla.
Si sbaglia.
Si ascolta.
Si cambia.
Si ricomincia.
Si lavora sulla coppia
prima di pensare
a sostituirla.
Perché sì,
amare è soggettivo.
Ognuno ha il proprio linguaggio,
le proprie ferite,
i propri bisogni,
il proprio modo di dare e ricevere.
Ma proprio perché l’amore è soggettivo,
non significa che ogni cosa
possa essere chiamata amore.
Amate come volete.
Amate come sentite.
Ma, per favore,
amate nel modo giusto.